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L’efficacia probatoria dei moduli di constatazione amichevole d’incidente congiuntamente sottoscritti: una tormentata questione dagli epiloghi ineccettabili
Articolo pubblicato online il 11 ottobre 2010

di Claudio Silvis
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La sentenza 13 luglio 2010 n. 16376 della III Sezione civile della Corte di Cassazione riporta all’attenzione la questione dell’efficacia probatoria delle dichiarazioni contenute nei moduli di constatazione amichevole di incidenti stradali (C.A.I.) congiuntamente sottoscritti dai conducenti coinvolti nel sinistro.

Il verdetto della III Sezione, peraltro, non presenta in s aspetti di particolare interesse in quanto si uniforma pedissequamente al principio di diritto statuito dalle Sezioni Unite della Corte con una sentenza del 2006 [1].


[1] Cassazione civile SS.UU., sentenza 05.05.2006 n 10311


La "querelle" giurisprudenziale che il Consesso plenario fu chiamato a dirimere nasce e si perpetua intorno ad una norma dal significato in s adamantino, che, tuttavia, si svelata fonte di tormentosi dubbi e di rinnovati problemi sul piano dei riflessi applicativi.

La norma in questione oggi contenuta nel secondo comma dell’art. 143 del D.Lgs. 209/2005 - Codice delle Assicurazioni Private (d’ora in avanti CAP), ma presente nel panorama legislativo italiano sin dagli anni ’70 (naturalmente del secolo passato), introdottavi dall’art. 5 del D.L. 857/1976.

Questo il testo dell’art. 143 CAP (gi art. 5 D.L.857/1976), rubricato "Denuncia di sinistro":

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A gettare nello scompiglio gli italici ermellini sembra essere stato il fatto che il secondo comma dell’articolato normativo, stabilendo che la presunzione di conformit al vero dei contenuti dei moduli superabile solo dall’assicuratore (soggetto terzo rispetto ai firmatari del documento), offre il fianco ad una interpretazione secondo cui la prova contraria offerta dall’assicuratore giova solo a lui; con la conseguenza che il medesimo giudizio risarcitorio promosso contro l’assicuratore e l’assicurato (che ne litisconsorte necessario per espressa disposizione di legge) pu concludersi con pronunce contraddittorie, ossia con l’assoluzione dell’assicuratore che abbia provato la non verit dei fatti dichiarati nel modulo e con la condanna dell’assicurato, per il quale si deve continuare a presumere che l’incidente si verificato nelle circostanze, secondo le modalit e con le conseguenze indicate nel documento.

E’ cos accaduto che alcuni pronunciamenti hanno respinto la domanda risarcitoria proposta contro l’assicuratore ed accolto quella rivolta contro l’assicurato; altri verdetti hanno invece deciso omogeneamente sulla responsabilit dell’assicurato e dell’assicuratore.

Il dilemma su quella delle due letture della norma sia da ritenere corretta ha finito per investire le sezioni semplici della Corte di Cassazione, presso le quali si tuttavia riproposto e perpetuato attraverso pronunce altalenanti, sino all’ordinanza con cui la III Sezione civile decise di rimettere la palla alle Sezioni Unite.

Nell’ordinanza, la Sezione remittente, rassegnando i principi di diritto individuati come rilevanti per la soluzione della questione, richiam un pacifico orientamento della stessa Corte di legittimit secondo cui i moduli CAI a firma congiunta, nella misura in cui contengono dichiarazioni di fatti svantaggiosi ai sottoscrittori, costituiscono confessioni (stragiudiziali); dal che, la loro efficacia sul piano probatorio, la quale non pu che essere quella che l’art. 2733 del codice civile assegna, per l’appunto, alle dichiarazioni confessorie.

Ci significa che, in sede processuale, la dichiarazione contenuta nel modulo o forma piena prova contro colui che l’ha fatta (comma 2 art. 2733 c.c.), oppure, in presenza di litisconsorti necessari del confitente, la stessa deve essere liberamente apprezzata dal giudice (comma 3).

Nei giudizi in cui i moduli in questione servono a provare i fatti rilevanti per la decisione della causa (quelli promossi dal danneggiato direttamente contro l’assicuratore del responsabile civile al fine di ottenere dal primo il risarcimento dovuto dal secondo), il responsabile civile-assicurato , per espressa previsione di legge, litisconsorte necessario dell’assicuratore; le dichiarazioni confessorie contenute nei moduli, per poter fare prova dei fatti dichiarati, dovrebbero essere liberamente apprezzate dal giudice (secondo il terzo comma dell’art. 2733 c.c.); e, a questo punto, l’esito dell’apprezzamento circa la verit o falsit delle dichiarazioni secondo insegnamenti della stessa Corte non potrebbe che essere uniforme per tutti i litisconsorti necessari (assicuratore ed assicurato) e, naturalmente, per la controparte di essi (il danneggiato che ha citato l’uno e l’altro).

Rileva la Sezione remittente che, tuttavia, in tema di efficacia probatoria dei moduli CAI congiuntamente sottoscritti, vi sono pronunce della stessa Corte regolatrice secondo cui: " il modulo di constatazione amichevole di sinistro stradale... (quando sottoscritto dai conducenti coinvolti e completo in ogni sua parte, compresa la data) ha valore probatorio di confessione esclusivamente nei riguardi del suo autore, mentre genera soltanto una presunzione "iuris tantum" nei confronti dell’assicuratore, come tale superabile con prova contraria con la possibilit, quindi, che la responsabilit dell’assicurato venga affermata in base alla sua confessione, mentre l’azione diretta nei confronti del l’assicuratore venga respinta ove egli fornisca la prova contraria" [2].


[2] Questo indirizzo giurisprudenziale, che riconduce a due distinte tipologie di prova legale l’effetto probante qualificato che le dichiarazioni contenute nei moduli CAI esplicano contro il conducente che le ha sottoscritte (confessione) e l’assicuratore del responsabile civile (presunzione iuris tantum), comporta che le risultanze dei moduli CAI non producano alcuna efficacia probatoria qualificata contro il responsabile civile nei casi in cui questi sia persona diversa dal conducente. Difatti, per un verso, le risultanze del modulo firmato dal conducente, in quanto confessioni stragiudiziali rese soltanto da lui, non possono fare piena prova contro il proprietario-civilmente responsabile e, per altro verso, la presunzione legale "iuris tantum", valendo specificamente contro l’assicuratore, non fa presumere la verit di tali risultanze contro il proprietario-responsabile civile non conducente. Da ci discende l’assurda conseguenza che, in sede processuale, il danneggiato dal sinistro avrebbe l’onere di provare i fatti ai quali si aggancia la propria pretesa risarcitoria verso il responsabile civile non conducente, bench quegli stessi, identici fatti si considerino provati "ope legis" contro il soggetto terzo (l’assicuratore) che tenuto a soddisfare quella pretesa risarcitoria in luogo del soggetto direttamente tenutovi. L’inaccettabilit delle conseguenze logiche e pratiche di questo assunto obbliga a preferire, ove proprio si voglia credere che le dichiarazioni contenute nei moduli hanno natura confessoria, un inquadramento della norma "de qua" come previsione recante una speciale disciplina della valenza probatoria che le dichiarazioni confessorie in argomento possiedono rispetto ad ogni altra dichiarazione confessoria (salvo quanto si dir pi aventi in merito alla sostenibilit anche di questo assunto).


Pertanto, nella fattispecie, l’applicazione del terzo comma dell’art. 2733 c.c., che imporrebbe la libera valutazione giudiziale delle dichiarazioni confessorie se rese soltanto da alcuni dei litisconsorti necessari, entra in un insanabile contrasto col disposto dell’altra norma di legge che, invece, stabilendo la presunzione legale di verit delle dichiarazioni in argomento, porta ad escludere decisamente che i fatti dichiarati nei moduli possano essere liberamente valutati dal giudice; il quale giudice, ove l’assicuratore non li smentisca provandone la non verit, dovr ritenerli veri e decidere consequenzialmente sulla responsabilit di entrambi i convenuti in litisconsorzio oppure dovr, nel caso l’assicuratore ne provi la non verit, ritenerli falsi, ma nei limiti in cui ci pu giovare al solo assicuratore e non all’assicurato, per il quale ultimo, invece, deve continuare a valere la presunzione legale di verit dei fatti a lui sfavorevoli dichiarati nel modulo.

Illustrate le problematiche retrostanti alla questione, la Sezione remittente prospetta alle SS.UU. le soluzioni che, per sommi capi, vado a compendiare:

1)considerare le dichiarazioni confessorie come facenti piena ed inconfutabile prova contro il confitente, ammettendo nel contempo l’assicuratore a provare il contrario ai meri fini della decisione della domanda risarcitoria rivolta contro di lui e, quindi, ammettendo la possibilit che il giudice accolga la domanda di risarcimento contro il danneggianteassicurato e rigetti quella promossa contro il relativo assicuratore, se questi prova la non verit dei fatti dichiarati nel modulo;

2)attribuire alle dichiarazioni confessorie contenute nel modulo attitudine probatoria unica nel risultato per tutte le parti processuali, dando prevalenza al dato che i giudizi di responsabilit civile da circolazione di veicoli a motore hanno struttura litisconsortile necessaria dal lato passivo e che, quindi, in tali contesti processuali non pu che trovare applicazione il terzo comma dell’art. 2733 c.c., che rende liberamente apprezzabili dal giudice le dichiarazioni confessorie rese soltanto da alcuni dei litisconsorti necessari.

L’approdo risolutore delle SS.UU. andato nella direzione di un netto accoglimento della seconda soluzione, avendo il Consesso plenario sottolineato come la natura necessariamente litisconsortile dei giudizi considerati che vedono quale parte obbligatoriamente convenuta, insieme all’assicuratore, il responsabile civile assicurato imponga di considerare le dichiarazioni confessorie in questione prive dall’efficacia legale di piena prova che esse, in linea generale, produrrebbero secondo il comma 2 dell’art. 2733 c.c., dovendo, invece, essere liberamente valutabili dal giudice nei confronti di tutti i litisconsorti necessari (confitente incluso, se fra costoro); inoltre, gli esiti della libera valutazione giudiziale debbono valere per tutti i litisconsorti necessari, s da portare ad una pronuncia uniforme o, comunque, non contraddittoria nei loro confronti.

Nel solco di questa statuizione ed in coerenza col principio di diritto espressovi, successive pronunce della Corte [3] hanno enunciato il corollario secondo cui, nel caso in cui il conducente non sia il proprietario del veicolo e sia anch’egli convenuto in giudizio, le dichiarazioni che quegli ha sottoscritto fanno piena prova contro di lui, non essendo quegli litisconsorzio necessario degli altri convenuti e, quindi, valendo per lui la regola generale stabilita dal comma 2 dell’art. 2733 c.c. della valenza pleniprobatoria delle confessioni.


[3] Cass. civ., 7 maggio 2007, n. 10304


Giunti a questo punto, impossibile non constatare che la sistemazione data dalle Sezioni Unite alla questione si traduce nella esautorazione "sic et simpliciter" di una disposizione di legge vigente, la quale si vede conculcare ogni possibilit di operare proprio nelle fattispecie in cui deve trovare la sua fisiologica applicazione.

Per l’arresto delle SS.UU., le risultanze dei moduli CAI a duplice firma non sono assistite da alcuna presunzione di verit al darsi delle situazioni nelle quali debbono soprattutto esserlo secondo l’art. 143 CAP, ossia quando il danneggiato agisce contro l’assicuratore del danneggiante ed il danneggiate medesimo.

I fatti dichiarati nel documento degradano a semplici elementi di prova circa il modo in cui l’incidente accaduto e le relative conseguenze. Contrariamente a quanto dispone l’art. 143 CAP, tali fatti non entrano nel processo come un dato gi acquisito: il giudizio intorno alla loro corrispondenza al vero deve formarsi nel processo, a seguito di una valutazione discrezionale che il giudice dovr dare dei contenuti dell’atto tenendo conto di ogni ulteriore dato di fatto reputato idoneo a confermare o smentire la veridicit delle dichiarazioni incorporate nel formulario.

Lo strumento di prova legale si dunque trasformato in un mezzo di prova semplice. Il che pu esattamente esprimersi anche dicendo che il risultato dell’interpretazione stato quello di attribuire alla disposizione interpretata un significato suicidario, dal momento che essa destinata a restare inapplicata nelle fattispecie che costituiscono l’ambito fisiologico e centrale di sua applicazione, ossia quando in cui si pone come cruciale la prova dei fatti sui quali si fondano le pretese risarcitorie del danneggiato nei confronti dell’assicuratore del danneggiante e di costui.

Per il solo fatto di essere approdata ad un simile risultato, l’esegesi che la Corte regolatrice ha imposto con la sentenza del 2006 e che impone con le pronunce confermative di essa fallace "in re ipsa", tutto potendo l’interprete fare tranne che dare alla legge interpretata un significato autoabrogativo .

L’interprete, tenendo a mente che "il Legislatore razionale", deve prediligere, fra pi interpretazioni possibili di una norma, quella che consente di dare alla stessa un significato che, sul piano previsionale, abbia un che di autonomo ed innovativo rispetto ad altre norme dell’Ordinamento.

La disposizione di legge in questione, al contrario, stata giudicata sprovvista di una propria cogenza, essendosi ritenuto che quanto essa contempla ricade nell’orbita regolativa di un’altra norma, ossia dall’art. 2733 c.c.

Neppure il fondamentale canone ermeneutico della prevalenza della legge speciale su quella generale sembra essere stato rispettato, dal momento che non pare essersi dato peso alla circostanza che le dichiarazioni contenute dei moduli "de quibus", essendo presunte veritiere sia contro colui che le ha rese che contro il relativo litisconsorte necessario che non le ha rese (l’assicuratore), sono preordinate a fare piena prova proprio nella situazione processuale in cui, per converso, le dichiarazioni confessorie non possono avere quella valenza secondo il terzo comma dell’art. 2733 c.c.

Questo chiaro dato di fatto, per l’interprete che muova dal presupposto che le dichiarazioni contenute nei moduli in questione sono confessioni stragiudiziali, non pu non instradare l’interprete stesso verso la conclusione che il comma 2 dell’art. 143 CAP norma speciale rispetto al comma 3 dell’art. 2733 c.c., giacch, in deroga a quest’ultimo, eccezionalmente attribuisce a dichiarazioni confessorie provenienti da uno solo dei litisconsorti necessari valenza pleniprobatoria contro gli altri litisconsorti.

Dunque, sulla base della premessa di fondo postulata dal Consesso plenario, ossia che le dichiarazioni contenute nei moduli CAI congiuntamente sottoscritti sono confessioni (stragiudiziali) in senso tecnico-giuridico, le conclusioni non possono essere quelle cui la Corte pervenuta, vale a dire che le dichiarazioni presenti nei formulare considerati soggiacciono alla regola generale dettata dal terzo comma dell’art. 2733 c.c., e questo perch, all’evidenza, l’art. 143 CAP contempla una deroga proprio a quella regola.

Ma come si sta per dire proprio l’assioma che le dichiarazioni in parola rilevano come confessioni a non avere fondamento; dal che discende che il rapporto intercorrente fra il comma 2 dell’art. 143 CAP ed il comma 3 dell’art.2733 c.c. non si configura neppure in termini di specialit-generalit, bens di reciproca indipendenza.

E’ indubbio, ad esempio, che abbiano natura confessoria le dichiarazioni contenute nei moduli CAI redatti e sottoscritti separatamente da ciascun conducente coinvolto nell’incidente, nella misura in cui s’intende quelle dichiarazioni riflettano fatti sfavorevoli al conducente che le ha rese e favorevoli al conducente e, se persona diversa, al proprietario dell’altro veicolo coinvolto nell’incidente e, di riflesso, all’assicuratore di costoro.

Ma le dichiarazioni incorporate nei moduli CAI a firma congiunta non sono confessioni, o meglio, la legge non le considera e non le tratta come tali.

A differenza dei moduli CAI sottoscritti singolarmente atti la cui efficacia probatoria, non essendo presa in specifica considerazione n dall’art. 143 CAP n da altre norme, quella che essi hanno in base alle disposizioni generali del codice civile in tema di prove , la valenza probante delle dichiarazioni riportate nei formulari CAI congiuntamente sottoscritti oggetto di una disciplina "ad hoc".

Ipotizzando che la presunzione legale poggi sulla "ratio" che fonda la regola per cui le confessioni fanno piena prova contro chi le ha rese ("ratio" sintetizzabile nella massima di esperienza secondo cui "nessuno dichiara fatti a s sfavorevoli se non sono veri"), la finalit perseguita dal comma 2 dell’art. 143 CAP non potrebbe che essere quella di introdurre una deroga al comma 3 dell’art. 2733 c.c., consentendo alle dichiarazioni espresse nei moduli a firma congiunta di fare piena prova contro il dichiarane nei casi in cui, al contrario, dovrebbero essere liberamente apprezzate dal giudice.

Tuttavia, sebbene come pi su sottolineato quella finalit derogatoria determini che la previsione del comma 2 dell’art. 143 CAP, contrariamente a quanto reputa al Corte di Cassazione, prevale senz’altro su quella del comma 3 dell’art. 2733 c.c., resta incomprensibile il perch l’art. 143 CAP avrebbe previsto quella eccezione per le sole confessioni contenute nei moduli congiuntamente firmati.

Difatti, le dichiarazioni contenute nei moduli a doppia firma hanno identica attitudine confessoria e pari potenzialit probatorie non solo di quelle eventualmente contenute nei moduli CAI che ciascun conducente firmi singolarmente, ma di qualunque confessione stragiudiziale sulle circostanze, modalit e conseguenze dell’incidente comunque resa dal conducente (o, se presente, dal proprietario non conducente del veicolo), a prescindere dal fatto che sia o non sia contenuta nel contesto della denuncia del sinistro.

Cosa pu avere motivato il discrimine operato, "in parte qua", dal Legislatore fra le dichiarazioni rese dai conducenti nei moduli congiuntamente firmati e quelle, provenienti dagli stessi soggetto, eventualmente contenute in qualunque altro atto?
La risposta arriva quasi da s, senza costringere l’ermeneuta a compiere particolari sforzi intellettivi: il comma 2 dell’art. 143 CAP non vuole costituire una deroga alla disposizione generale in tema di valenza probatoria delle confessioni dettata dal comma 3 dell’art. 2733 c.c.

La norma non introduce un’eccezione all’efficacia probante che le risultanze dei documenti da essa considerati gi hanno o possono avere applicando le regole generali in tema di prova dei fatti giuridici, ma intende stabilire una regola a s stante per ci che concerne la valenza di quei particolari atti in sede processuale.

Il comma 2 dell’art. 143 CAP, in altri termini, si sovrappone e si sostituisce in tutto e per tutto ad ogni altra regola ipoteticamente applicabile alla fattispecie riguardata, poich si pone esso stesso come una regola "sui generis" segnatamente pensata e calibrata per il raggiungimento di particolari obiettivi di interesse generale [ ].
Alla base della presunzione legale istituita dal comma 2 dell’art. 143 CAP sta il chiaro intento legislativo di promuovere e, nel contempo, riconoscere una particolare modalit tipizzata di formulazione delle denunce di sinistro, modalit cui vengono preordinatamente ricondotti certi effetti tipici non solo processuali, ma anche sostanziali (vds. art. 148, co.1, ultimo periodo, CAP).

Per il comma 2 dell’art. 143 CAP (e, prima di esso, per l’art. 5 del D.L. D.L. 857/1976) non assume rilievo il fatto che uno o entrambi i sottoscrittori del modulo abbiano dichiarato fatti contrari ai loro interessi, ma la circostanza che i diretti protagonisti dell’incidente si siano dati reciprocamente atto, con la sottoscrizione di un documento unitario, che l’incidente si verificato in un dato modo e con certe conseguenze.

Da un canto, tale reciproco (e contestuale) riconoscimento ispirato da una meritoria volont conciliativa che il Legislatore ha inteso assecondare e, in pari tempo, sancire rendendo incontestabili i fatti dichiarati nei moduli in questione; dall’altro, quel vicendevole riconoscimento garantisce un alto grado di attendibilit delle dichiarazioni stesse, attendibilit che fa apparire non arbitrario ed, anzi, alquanto ragionevole presumere che i fatti dichiarati nei documenti in questione rispondano a verit.

Invero, la comune sottoscrizione dell’atto, per un verso, riflette la concorde volont dei firmatari di agevolare e velocizzare il pi possibile la definizione delle questioni giuridiche correlate alle conseguenze del sinistro che li ha coinvolti, s da evitare future contrapposizioni ed inopportuni sviluppi in sede contenziosa della vicenda per ci che attiene alla dinamica dell’evento ed alla portata delle sue conseguenze. Per altro verso, la concorde ricostruzione dell’incidente e presa d’atto delle relative conseguenze da parte dei suoi diretti protagonisti fa assumere alla ricostruzione stessa una particolare valenza in termini di plausibilit, soprattutto considerando che la verifica delle circostanze in cui l’incidente avvenuto e delle sue modalit di accadimento e conseguenze avviene, generalmente, nella flagranza del fatto e da parte di soggetti che pongono una particolare attenzione a che nel comune atto di denuncia del sinistro non siano riportati fatti non veritieri che potrebbero compromettere ovvero compromettere in maggior misura la posizione di ciascuno.

Il dispiegarsi della speciale forza probante conferita ai moduli in esame trova l’unico limite nella possibilit data (esclusivamente) all’assicuratore del presunto responsabile civile del sinistro di sconfiggere, fornendo la prova contraria, la presunzione di verit che circonda le risultanze del modulo.

Si tratta di un limite la cui "ratio" comprensibile se si tiene presente che l’assicuratore di colui che dalle risultanze dei moduli appare essere il responsabile civile dell’incidente esposto ad uno specifico rischio connesso proprio all’operare della presunzione legale di che trattasi, ossia quello dell’uso simulatorio e fraudolento del documento: se le risultanze del modulo non fossero sconfessabili dall’assicuratore, esse costituirebbero un’arma potentissima e pressoch invincibile per obbligare quel soggetto a sborsare indennizzi assicurativi a fronte di sinistri mai accaduti o, seppure accaduti, con conseguenze diverse o pi limitate di quelle denunciate.

Conclusivamente, si pu dire che, con l’art. 5 del D.L. 857/1976 ed, oggi, con l’art. 143 C.A.P., il Legislatore ha vincolato il giudice a ritenere che la dinamica e le conseguenze degli incidenti fra veicoli con obbligo di assicurazione R.C.A. siano quelle che risultano concordemente attestate dai conducenti che del sinistro sono stati i diretti protagonisti. Ci il Legislatore ha fatto costruendo una presunzione legale di verit intorno alle risultanze dei moduli di denuncia di sinistro sottoscritti congiuntamente, presunzione vincibile solo dalla sola prova contraria eventualmente fornita dall’assicuratore di colui che, in base alle stesse risultanze, dovrebbe rispondere civilmente dei danni prodotti dal sinistro [4].


[4] Dal fatto che le dichiarazioni in questione non vengono in rilievo come confessioni discende anche l’importante conseguenza che le stesse provano pienamente non solo i fatti contrari all’interesse di uno dei dichiaranti, ma anche quelli che da cui discende l’assenza di responsabilit in capo ad entrambi i firmatari (caso fortuito, forza maggiore, colpa del terzo ecc...).


Nel fare ci, peraltro, lo stesso Legislatore (che, lo si ripete, razionale per definizione) ha tenuto pienamente conto del fatto che, per sua stessa volont, i giudizi in cui i suddetti moduli sono destinati a spiegare la speciale forza probante loro conferita hanno struttura litisconsortile necessaria dal lato passivo. Ci nondimeno, non considerando confessioni le dichiarazioni contenute in quei documenti, ha disposto che esse, nei processi in questione, facciano piena prova a favore e/o contro tutte le parti, compreso l’assicuratore litisconsorte necessario del responsabile civile ove non possa o non voglia provare il contrario.

Resta ora da capire se la presunzione di verit delle risultanze dei moduli, una volta sconfitta dall’assicuratore, debba continuare ad operare per le altre parti processuali.
La norma non puntualizza nulla a questo riguardo; eppure, leggendola, si ha quasi una percezione intuitiva di cosa accade una volta che l’assicuratore abbia sconfitto la presunzione legale: <>.

Ci che a lume di naso la norma sembra volerci dire che, provato dall’assicuratore che il sinistro non si verificato nelle circostanze, con le modalit e le conseguenze risultanti dal modulo, non v’ pi ragione perch prevalga, a beneficio o contro chiunque, una realt ormai svelatasi fittizia su quella effettuale: i fatti oggetto della presunzione si presumono veri....salvo prova contraria "tuot court", ossia, ancorch ed a prescindere dal fatto che la non verit di essi sia stata acclarata dal giudice per iniziativa di uno solo dei soggetti processuali interessati a smentirli.

Che la norma possa essere ragionevolmente intesa in questo senso , altres, il portato della fondamentale considerazione che la presunzione legale che assiste le risultanze dei moduli considerati non poggia sulla natura confessoria di esse, seguendone che la loro valenza probatoria non possiede necessariamente i caratteri di incontrovertibilit propri delle confessioni (nei casi in cui, ovviamente, queste facciano piena prova contro la parte che le ha rese).

Si tratta pur sempre di una presunzione legale "iuris tanum", per quanto "sui generis", dato che fra i soggetti che potrebbero avere interesse a sconfiggerla, ad uno solo dato farlo. Ma una volta che, per iniziativa di quel soggetto, il giudice abbia accertato che i fatti non sono andati come descritto nel documento, non appare conforme ad alcuna necessit di giustizia o anche soltanto pratica che l’organo giudicante decida la causa considerando per alcuni ancora vero ci che egli ha provatamente accertato essere falso per tutti.

Smentita la verit di ci che i conducenti hanno falsamente o erroneamente dichiarato nel modulo, cade la stessa ragion pratica della presunzione legale e le modalit dell’accertamento giudiziale dei fatti sono regolate dalle comuni norme in tema di prova dei fatti giuridici.



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