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Stalking: l’indeterminatezza di una misura cautelare, Corte di Cassazione sentenza n. 26819/11
Articolo pubblicato online il 1 settembre 2011

di Veronica Ribbeni
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Due mesi fa stata depositata la motivazione di una sentenza che avrebbe dovuto attirare l’attenzione degli operatori del diritto e dei sedicenti esperti di stalking se non quanto la n. 32404/10...di pi.
Trattasi della sentenza n. 26819/11, con la quale la VI Sezione Penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto dalla collega, Avv. Liliana Zuccardi Merli avverso una ordinanza del Tribunale del Riesame di Roma stante la indeterminatezza del provvedimento cautelare.
Il Tribunale del Riesame aveva confermato il provvedimento con cui il G.I.P. aveva applicato la misura ex art. 282 ter c.p.p. consistente nel divieto di avvicinamento a tutti i luoghi frequentati dalla persona offesa nei confronti di x indagato per i reati di cui agli artt. 612 bis, 572, 582 e 583 c.p. omettendo di indicarli in maniera specifica.
Pi che commentare la sentenza de qua ritengo interessante riportare quanto nella stessa scritto.
Posto che il giudice penale sia abituato a maneggiare misure cautelari "interamente predeterminate" che generalmente non necessitano di integrazioni prescrittive e quando vi sono, sono di minima entit, sia la misura di allontanamento dalla casa familiare che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perch affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa.
Si legge in sentenza che pertanto nel provvedimento di allontanamento dalla casa familiare il giudice penale possa prescrivere determinate modalit di visita del soggetto allontanato dalla abitazione coniugale, ad esempio tenendo presenti le esigenze educative dei figli minori; che con il provvedimento di divieto di avvicinamento il giudice debba individuare i luoghi ai quali l’indagato non possa avvicinarsi e in presenza di ulteriori esigenze di tutela possa prescrivere di non avvicinarsi ai luoghi frequentati dai parenti della persona offesa e indicare la distanza che debba tenere da tali luoghi o persone. Spetta altres al giudice vietare che l’indagato comunichi con la vittima, indicando i mezzi vietati.
Nell’ambito dei luoghi abitualmente frequentati necessario vengano individuati "luoghi determinati" perch solo in questo modo il provvedimento assumerebbe una conformazione completa, che ne consentirebbe non solo l’esecuzione ma anche il controllo.
Al fine di applicare tali misure appare necessaria la comprensione delle dinamiche alla base dell’illecito e ci comporta che il pubblico ministero nella sua richiesta (e ancora prima la polizia giudiziaria) debba rappresentare oltre agli elementi essenziali per l’applicazione della misura, anche aspetti apparentemente di contorno.
La Suprema Corte evidenzia che "d’altra parte, la completezza e la specificit del provvedimento costituiscono una garanzia per un giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, incentrate sulla tutela della vittima, e il minor sacrificio della libert di movimento della persona sottoposta alle indagini" non potendo essere concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente "a tutti i luoghi frequentati" dalla vittima.
Cos concepito, il provvedimento, oltre a non rispettare il contenuto legale, appare strutturato in maniera del tutto generica, imponendo una condotta di non facere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finisce di fatto per essere rimessa alla persona offesa.

La genericit del provvedimento rivela caratteri di eccessiva gravosit e di sostanziale ineseguibilit- tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta - con riferimento alla prescrizione con cui si intima all’indagato di mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale con la persona offesa.
Deve escludersi che un simile "ordine" possa essere riferito anche a incontri occasionali, quelli cio in cui l’intimato non cerchi volontariamente il contatto con la propria vittima; diversamente si porrebbe a suo carico un divieto indeterminato, la cui inosservanza potrebbe risultare non voluta.
Si deve ritenere che la norma nel prevedere il divieto di avvicinarsi alla persona offesa pretenda indicazioni specifiche con riferimento a situazioni in cui vi sia il concreto rischio che la persona offesa possa venire a contatto con l’autore dei reati posti in essere ai suoi danni.
Fatti salvi i ringraziamenti al legislatore per quelle che - richiamando ancora una volta la sentenza de qua - voglio definire "carenze contenutistiche" ....plaudo l’operato della Suprema Corte e della collega Avv. Liliana Zuccardi Merli.



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