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Sentenza Cassazione su distruzione dei dati/formattazione da parte del dipendente

giovedì 29 luglio 2010, di Francesco Pagano

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 9 giugno - 21 luglio 2010, n. 17097

Presidente Vidiri - Relatore Bandini

Ricorrente Flora Napoli s.r.l.

Svolgimento del processo

Aragione Natalia impugnò il licenziamento disciplinare irrogatogli dalla
Flora Napoli srl siccome ritenuta responsabile di avere volontariamente
cancellato dati aziendali di notevole importanza e riservatezza dal
computer affidatole in via esclusiva.

Il Giudice di prime cure accolse l¹impugnazione e la Corte d¹Appello di
Napoli, con sentenza del 20.11.2008 - 20.1.2009, rigettò l¹impugnazione
proposta dalla parte datoriale, osservando, a sostegno del decisum,
quanto segue:

- non erano emersi elementi concreti a dimostrare per quale ragione la
lavoratrice, responsabile dell¹Assicurazione Qualità, avrebbe dovuto
conservare in via esclusiva nel suo computer files che riguardavano
l¹Ufficio Tecnico e che, comunque, erano contenuti, come qualunque
³lavorazione o documento², nel server centrale ed erano presenti, in
forma cartacea, presso le committenti e nei cantieri;
- neppure era stato dimostrato che la lavoratrice avesse l¹uso esclusivo
del suo personal computer, essendo anzi emerso, come peraltro evincibile
già dalla contestazione, il contrario, vale a dire che chiunque avrebbe
potuto usarlo;
- sulla base delle risultanze probatorie acquisite era risultato che:
qualunque dipendente avrebbe potuto accedere al computer della Aragione;
non c¹era alcun obbligo di salvare dati sul personal computer in
dotazione; non era dato sapere se vi fossero stati conservati dei files
prima dell¹episodio di cui alla contestazione né, eventualmente, quali;
- per conseguenza la lavoratrice, non avendo l¹obbligo di salvare i
dati, non era tenuta al salvataggio nemmeno dei piani di sicurezza
relativi ai cantieri di Bisceglie e di Caserta, conservati sicuramente
nel server centrale (ma non rinvenuti) e su cartaceo;
- non c¹era nessuna prova, ³ma nemmeno alcun indizio², che potesse
indurre a ritenere che la Aragione avesse eliminato volontariamente i
files de quibus;
- per ulteriore conseguenza doveva ritenersi l¹irrilevanza della (non
provata) formattazione del personal computer, poiché, per dire che
l¹ipotetica formattazione aveva cancellato i dati, sarebbe stato
necessario avere prima la certezza che ci fossero stati dati da
cancellare e, in particolare, che vi fossero stati i piani di sicurezza
ivi inutilmente ricercati;
- l¹eventuale estensione della contestazione relativa alla formattazione
del computer anche alla cancellazione di altri files, nemmeno indicati,
sarebbe stata di assoluta genericità, con conseguente lesione dei
diritti di difesa della lavoratrice;
- poiché nessuno dei dipendenti, e nemmeno la Aragione, aveva l¹obbligo
di salvare dati sul proprio personal computer, bensì di salvarli nel
server centrale, la loro eventuale (e non provata) cancellazione non
avrebbe concretizzato alcun comportamento disciplinarmente rilevante,
perché non sarebbe stato trasgredito nessun obbligo, risultando anzi che
quello sarebbe stato il comportamento da tenere (ossia, una volta
lavorati, salvare i dati sul server e cancellarli dal singolo computer);
- nessuno aveva comunque visto la Aragione formattare il suo personal
computer l¹11.9.2003, ultimo giorno di lavoro nel quale la società
afferma sarebbe stata compiuta l¹operazione, che peraltro avrebbe
richiesto il possesso di un compact disk di installazione e
l¹interazione al computer per un congruo lasso di tempo (di forse anche
due ore);
- l¹Aragione, laddove, come sostenuto dalla parte datoriale, avesse
agito per danneggiare la Società, che le aveva imposto una trasferta ad
Aosta, non avrebbe potuto raggiungere tale scopo, perché qualunque dato
era conservato nel server;
- era privo di riscontro probatorio anche il rilievo della parte
datoriale di non aver avuto più di quindici dipendenti;
- nessuna indicazione era stata fornita dalla parte datoriale per
l¹aliunde perceptum.
Avverso tale sentenza della Corte territoriale, la Flora Napoli srl ha
proposto ricorso per cassazione fondato su cinque motivi e illustrato
con memoria.
L¹intimata Aragione Natalia ha resistito con controricorso, illustrato
con memoria.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione dell¹art. 3
legge n. 604/66, nonché vizio di motivazione, osservando che, pur
essendo stato il licenziamento intimato, oltre che per giusta causa,
anche per giustificato motivo soggettivo, erroneamente la Corte
territoriale non aveva verificato se i fatti contestati fossero tali da
legittimare, quanto meno, il licenziamento per giustificato motivo
soggettivo.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione dell¹art. 3
legge n. 604/66 in relazione all¹art. 2104 c.c., nonché vizio di
motivazione, dolendosi che la Corte territoriale, peraltro trascurando
quanto emerso da una pronuncia del GIP di Napoli resa in un procedimento penale collaterale alla vicenda per cui è causa, non abbia rilevato che
il fatto principale era costituito dall¹avvenuta cancellazione dei dati
aziendali dal personal computer della Aragione, ove la medesima operava
in via esclusiva, con ciò rendendo insufficiente la motivazione su
circostanze che legittimavano il licenziamento per giustificato motivo
soggettivo.

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione degli artt. 2119,
2735 e 2733 c.c., nonché vizio di motivazione, lamentando che la Corte
territoriale abbia trascurato di considerare che, dalla ridetta
pronuncia del GIP di Napoli, emergeva la piena confessione, da parte
della Aragione, che ella soltanto poteva accedere al personal computer e
che ella soltanto, quindi, aveva potuto procedere alla formattazione
dell¹hard disk, con azzeramento dei dati ivi contenuti, durante l¹orario
di lavoro.

Con il quarto motivo la ricorrente denuncia violazione dell¹art. 18
legge n. 300/700, nonché vizio di motivazione, per avere la Corte
territoriale, in ordine al numero di lavoratori impiegati, fatto
riferimento a quello relativo al periodo del licenziamento, anziché al
normale livello di occupazione dell¹impresa.

Con il quinto motivo la ricorrente denuncia violazione dell¹art. 1227
c.c., nonché vizio di motivazione, per non avere la Corte territoriale,
in relazione all¹eccezione di aliunde perceptum, omesso di accogliere la
richiesta di opportuni accertamenti in ordine alla riscossione di
eventuali indennità di disoccupazione e all¹occupazione della
lavoratrice presso altri soggetti.

2. In via di priorità logica deve essere esaminato il terzo motivo di
ricorso.

La doglianza non risulta anzitutto condivisibile laddove attribuisce
alle dichiarazioni rese dalla Aragione nell¹ambito di un procedimento
penale (per quanto risultanti dalla ricordata pronuncia del GIP di
Napoli) il valore di piena prova, essendo di piana evidenza che le
dichiarazioni (pretesamente) confessorie della lavoratrice non sono
state rese nell¹ambito del presente giudizio, né alla controparte; le
affermazioni in questione erano quindi liberamente apprezzabili dalla
Corte territoriale, con conseguente applicabilità del consolidato
principio secondo cui l¹esame dei documenti esibiti e delle deposizioni
dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze
della prova testimoniale, il giudizio sull¹attendibilità dei testi e
sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le
varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere
la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice
del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una
fonte di prova, con esclusione di altre, non incontra altro limite che
quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere
tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le
deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i
rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono
logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr, ex plurimis,
Cass., nn. 13910/2001; 11933/2003; 1554/2004; 12362/2006; 27464/2006).

Inoltre l¹emergenza probatoria di cui viene lamentata l¹omessa
considerazione non è neppure di rilievo decisivo, poiché, quand¹anche
dalla medesima fosse effettivamente desumibile l¹utilizzo esclusivo del
proprio personal computer da parte della Aragione, non resterebbe
minimamente scalfita l¹affermazione, di natura assorbente, relativa alla
mancata dimostrazione della pregressa presenza nel medesimo personal
computer dei dati aziendali di cui è stata contestata l¹indebita
cancellazione.

Il motivo all¹esame deve quindi essere disatteso.

3. Ciò comporta l¹assorbimento dei primi due motivi di ricorso, posto
che l¹assenza di prova dei fatti contestati rende evidentemente vana
qualsivoglia discettazione sulla loro astratta idoneità a legittimare il
licenziamento disciplinare, per giusta causa o giustificato motivo
soggettivo che sia.

4. Secondo il condiviso orientamento di questa Corte, ai fini della
sussistenza del requisito numerico, rilevante ai sensi degli artt. 18 e
35 dello Statuto dei Lavoratori per l¹applicabilità della tutela reale,
il giudice deve accertare la normale produttività dell¹impresa (o della
singola sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo) facendo
riferimento agli elementi significativi al riguardo, quale ad esempio,
la consistenza numerica del personale in un periodo di tempo, anteriore
al licenziamento, congruo per durata e in relazione alla attività e alla
natura dell¹impresa, e non anche a quello successivo (cfr, ex plurimis,
Cass., nn. 6421/2001; 12909/2003).

Correttamente, quindi, la Corte territoriale, con motivazione adeguata
alle emergenze probatorie acquisite e scevra da vizi logici, ha ritenuto
la sussistenza del requisito dimensionale sulla base delle dichiarazioni
rese al riguardo dal fiduciario della Società con riferimento al numero
dei dipendenti in forza nel periodo del licenziamento, nel mentre la
ricorrente si duole, infondatamente, che non sia stato tenuto conto di
alcune comunicazioni dell¹Ufficio Collocamento Disabili di data
ampiamente successiva al recesso datoriale (quasi due anni e mezzo
l¹una, quasi quattro l¹altra) dalle quali emergeva una forza lavoro
inferiore a quindici unità, nonché delle risultanze del libro matricola
(peraltro neppure trascritte in ricorso, in violazione del principio di
autosufficienza del medesimo) riferite ai momento della decisione della
causa.

5. Il quinto motivo è inammissibile per violazione del principio di
autosufficienza del ricorso per cassazione, non essendo stato ivi
trascritto l¹esatto tenore delle richieste istruttorie asseritamente non
accolte, né i tempi e i modi con cui le stesse erano state introdotte in
giudizio, e ciò fermo restando, peraltro, che i fatti su cui si fonda
l¹eccezione di aliunde perceptum devono essere oggetto di tempestiva
allegazione (cfr, ex plurimis, Cass., n. 17606/2007), laddove nella
specie, secondo quanto accertato nella sentenza impugnata, nessuna
indicazione al riguardo era stata fornita dalla parte datoriale.

6. In conclusione il ricorso va rigettato, con conseguente condanna alle
spese, nella misura indicata in dispositivo, della parte soccombente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione
delle spese, che liquida in euro 16,00, oltre ad euro 3.000,00 per
onorari, spese generali, IVA e CPA come per legge.