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E per le controversie "un’alternativa" rischiosa

mercoledì 31 gennaio 2007, di Francesco Pagano

La crisi della giustizia civile, che oggi interessa numerosi paesi occidentali, ha in Italia ha uno dei suoi esempi più drammatici: la durata dei processi affligge il sistema per la tutela dei diritti, rendendolo gravemente inefficiente.
In molti paesi occidentali si guarda con interesse ai metodi alternativi di risoluzione delle controversie, spesso identificati con la sigla Adr – alternative dispute resolution: si tratta di procedimenti più o meno informali, "alternativi" al processo, come conciliazione, arbitrato e così via. Un dirottamento verso quei metodi di parte della domanda di giustizia potrebbe porsi come fattore di alleggerimento dei carichi di contenzioso di cui sono gravati i tribunali. Ma l’Adr potrebbe anche rappresentare una sede idonea – talvolta perfino più idonea del processo – per la tutela dei diritti. Ciò, però, è ancora tutto da dimostrare.

Quando chi perde non paga

Per promuovere il ricorso a tali metodi alternativi il legislatore talvolta prevede che la parte che li rifiuti o che rifiuti ragionevoli proposte transattive, possa essere sanzionata attraverso la condanna al pagamento delle spese. Ciò accade sia in Italia che in Inghilterra, ma mentre nel nostro paese sono state introdotte norme che si applicano solo in casi specifici, potremmo dire a esperimenti allo stato "embrionale", nel Regno Unito i meccanismi sanzionatori interessano tutte le controversie civili e hanno raggiunto livelli di notevole sofisticazione.
Va premesso che nel processo civile inglese vale la regola generale in base alla quale la parte che perde la causa – tecnicamente detta parte soccombente – paga sia le spese processuali che ha sostenuto in proprio, sia le spese processuali dell’avversario vittorioso. Ebbene, oggi è previsto che, al fine di promuovere l’utilizzo delle Adr, il giudice possa derogare a questa regola, eventualmente condannando la parte vittoriosa a rimborsare al proprio avversario (soccombente) le spese processuali sostenute. Non si tratta di un dettaglio, poiché in Inghilterra le spese processuali possono non solo eguagliare, ma addirittura superare il valore della causa, quindi la posta in gioco nel processo. Ciò significa che vincere il processo, ma perdere sulle spese, può talvolta voler dire, da un punto di vista economico, perdere e basta.
Ciò può accadere:
1- se la parte ha omesso di instaurare una procedura pre-processuale prevista dalla legge per tentare di risolvere la controversia in via bonaria;
2- se la parte ha rifiutato in corso di causa di sottoporre la controversia a un’Adr su consiglio del giudice;
3- se la parte ha rifiutato offerte formali di transazione provenienti dall’avversario che si siano rivelate, a processo concluso, più o ugualmente vantaggiose rispetto alla sentenza del giudice.
In tutti questi casi se la parte recalcitrante è quella che ha ragione, sarà condannata a pagare all’avversario le spese processuali. Se, invece, è la parte che ha torto, sarà condannata a pagare le spese processuali maggiorate di un determinato ammontare.
Come in Inghilterra, anche in Italia vige la regola in base alla quale chi vince la causa ha diritto di ricevere da chi ha perso il rimborso delle spese processuali sostenute. È previsto, però, che il giudice possa "compensare" le spese, lasciandole a carico di chi le ha anticipate, se ricorrono giusti motivi. Solo in un caso, molto raro e del tutto eccezionale, è previsto che la parte che ha vinto la causa possa essere condannata a rimborsare le spese processuali alla parte che ha perso.
In alcuni settori specifici sono stati introdotti meccanismi che riecheggiano quelli inglesi. In materia di lavoro si prevede, ad esempio, che il verbale del tentativo di conciliazione preventivo non riuscito sia utilizzato dal giudice ai fini della condanna alle spese. Oppure – e questa norma è più innovativa – nell’ambito del contenzioso societario si prevede che la parte che ha rifiutato ragionevoli proposte conciliative, anche se vittoriosa, possa essere privata del diritto al rimborso delle spese o addirittura condannata a pagarle alla parte che è risultata avere torto.

I rischi italiani

Che dire circa l’opportunità di introdurre anche nel nostro ordinamento meccanismi simili?
Innanzitutto, si deve ricordare che nel nostro paese, diversamente da quanto accade in Inghilterra, il processo civile dura moltissimo: una media di tre-quattro anni in primo grado e per arrivare alla sentenza di Cassazione si può attendere anche oltre un decennio, nel corso del quale la parte che ha ragione dovrà pagare di tasca propria le spese di giustizia e gli onorari del proprio avvocato. Inoltre, le spese processuali che vengono riconosciute dai giudici alle parti vittoriose non coprono l’intero ammontare sostenuto, ma sono spesso ridotte. Sicché la parte che ha ragione, e che ne ha ottenuto il riconoscimento dopo molti anni, non potrà nemmeno beneficiare della restituzione integrale delle spese in cui è incorsa. Ciò significa che la parte che ha ragione in Italia si trova già in una posizione di "debolezza contrattuale" ai limiti del patologico.
La regola della soccombenza ha come effetto principale quello di amplificare il potere contrattuale della parte che ha ragione. L’introduzione di nuovi meccanismi che deroghino a tale regola , anche se nel lodevole intento di promuovere il ricorso alle Adr, va perciò soppesata con molta cautela. Questo per evitare che il cittadino che ha ragione sia posto, in virtù di questi meccanismi, in una condizione di debolezza ulteriore, per impedire cioè che si rafforzi l’attuale deprecabile situazione per cui è molto più vantaggiosa la posizione di chi ha torto.

di Luca Passanante
tratto dal sito www.lavoce.info


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